Università degli Studi di Padova
Università degli Studi di Padova            Dipartimento di Scienze Chimiche

La Chimica e la letteratura

Presentazione > Viaggio nella chimica > La Chimica e la letteratura

La Chimica e la letteratura

La chimica ha ispirato molti scrittori.
La biblioteca ne ripercorre alcune tracce in diversi modi.
Sull'intreccio tra scienza e letteratura, in biblioteca troverete un banchetto di libri di divulgazione, di curiositā chimiche, di libri storici.
Saranno disponibili delle postazioni multimediali con letture, musiche e immagini, di cui potete trovare qualche suggestione qui di seguito.
 
Uno spettacolo vi condurrā ad alta voce in un viaggio tra letteratura e chimica, con accompagnamento di musiche e immagini.
Per maggiori informazioni sullo spettacolo:"Romanzi nell'alambicco"
 
 
Citazioni:
1.   Ossigeno, Carl Djerassi e Roald Hoffmann, CLUEB
2.   Il mito dell'alchimia, Mircea Eliade, Avanzini e Torraca Editori
3.   Opere - 12. Psicologia e Alchimia, Carl G. Jung, Bollati Boringhieri
4.   La biblioteca alchemica, Rosario e Sabina Piccolini, MEB
5.   Zio Tungsteno, Oliver Sacks, Adelphi
6.   Il sistema periodico, Primo Levi, Einaudi
7.   Chimica in versi. Rime distillate , Alberto Cavaliere, Angelo Signorelli Editore


L’intreccio tra Scienza e Letteratura assume varie forme, in tutte mette in luce l’emozionante unitarietà dello spirito e della cultura umani. Per questo motivo, tutte le opere in cui questo intreccio si disvela hanno un loro particolare fascino.

Vi sono scienziati che hanno usato la bellezza della scrittura per trasmettere la conoscenza. La scrittura è diventata nelle loro mani uno strumento di divulgazione delle conoscenze da un ambito specialistico ad un pubblico più vasto. Alcuni hanno usato per questo scopo la forma più diretta del teatro o del dialogo. I dialoghi galileiani sono stupendi esempi di scrittura letteraria intrecciata alla fisica.

Un esempio recente di pièce teatrale, che ha come argomento la scoperta dell’ossigeno è, appunto, "Ossigeno" (o "La sconfitta del flogisto") di Carl Djerassi e Roald Hoffmann (1). Djerassi è l’inventore della pillola anticoncezionale ed è professore di Chimica a Stanford, mentre Hoffmann è premio Nobel per la Chimica. Djerassi ha inventato un nuovo genere letterario, "Science in fiction", Scienza nella narrativa. Recentemente ha vinto un premio letterario in Italia, con la seguente motivazione: "per l’impegno civile e culturale" dimostrato "per il diffondersi di una vera cultura scientifica". Il valore dell’opera di Djerassi "è nell’intreccio originale tra scienza e letteratura, che permette di dare un contributo al superamento di uno degli ostacoli fondamentali della comunicazione scientifica: la difficoltà di arrivare ad un pubblico di non esperti e di farli appassionare". Chi ha scoperto l’ossigeno, sconfiggendo per sempre la teoria del flogisto? Ecco come gli autori presentano la loro pièce.

"Abbiamo immaginato che nel 2001 il Comitato del Nobel, per celebrarne il centenario, decida di premiare le grandi scoperte precedenti alla creazione del premio Nobel nel 1901. Non si prevedono difficoltà: il comitato incaricato di selezionarle potrà ritornare ai bei tempi andati della scienza disinteressata, delle scoperte semplici, dalla paternità certa, dell’assenza di controversie e battage pubblicitari…
Il primo retro-Nobel per la Chimica, su questo il comitato è concorde, spetta all’evento che alla fine del settecento ha rivoluzionato la disciplina: la scoperta dell’ossigeno, l’elemento sul quale Lavoisier avrebbe poi edificato in un insieme coerente le conoscenze sulla combustione, la respirazione, la ruggine dei metalli, tutti fenomeni dovuti a una combinazione con l’ossigeno presente nell’atmosfera. Nel nuovo quadro di riferimenti in cui si inserivano queste e altre reazioni fondamentali, erano necessari pesi e misure precise. La riformulazione della chimica quale scienza quantitativa non tolse nulla al suo antico ruolo di arte ultima della trasformazione, che è poi il legame tra chimica e alchimia. Al contrario, fu all’origine dell’analisi e poi della sintesi chimica.

Ma chi onorare per la scoperta dell’ossigeno? Una sera di ottobre del 1774 Antoine Lavoisier venne a sapere che l’inglese Joseph Priestley, pastore della chiesa unitaria, aveva creato un gas inedito. Quella stessa settimana, a quanto si crede, gli arrivò una lettera di Carl Wilhelm Scheele, un farmacista svedese. Essa spiegava come sintetizzare l’elemento cruciale per la teoria che il francese andava elaborando, l’ossigeno fonte di vita. Ma Scheele e Pristley facevano rientrare la propria scoperta in una teoria illogica e sbagliata, quella del flogisto che Lavoisier intendeva demolire.
Che cosa fece Lavoisier con le scoperte di Priestley e Scheele? Ne riconobbe pubblicamente il merito ai loro autori? E che cos”è una scoperta in fin dei conti? Occorre capire bene ciò che è stato trovato? Per rispondere a queste domande, nel 1777 i tre protagonisti sono invitati a Stoccolma da re Gustavo III, insieme alle rispettive signore (l’invito, come il retro-Nobel è farina del nostro sacco), le quali si ritrovano nella sauna o in salotto a parlare della propria vita e di quella dei mariti.
Nel 2001, intanto, il comitato retro-Nobel indaga sulle affermazioni dei tre scienziati e ne valuta la veridicità, e le discussioni tra i membri rivelano quanto la scienza sia cambiata, o no, nei secoli trascorsi. Una giovane storica, che inizialmente dovrebbe soltanto prendere nota delle deliberazioni, fa a sua volta una scoperta che lascia gli altri esterrefatti… E qui interrompiamo il riassunto della trama, per non svelare altro. La natura ambigua di una scoperta scientifica, l’importanza di arrivarci per primi, i conflitti morali che ne derivano sono i temi di Ossigeno, insieme al paradosso incarnato da due personaggi e messo in risalto da un terzo che non potrebbe essere più diverso. Lavoisier, rivoluzionario in chimica, è conservatore in politica e verrá ghigliottinato sotto il Terrore. Priestley, l’estremista costretto a lasciare l&rsquot;Inghilterra perché ha appoggiato la Rivoluzione francese, in chimica è un conservatore. Mentre Scheele vuole soltanto gestire la farmacia della cittadina di Köping e fare esperimenti una volta chiusa la bottega. È stato lui a ottenere per la prima volta dell’ossigeno in laboratorio ed è stato lui ad aspettare più a lungo che gliene venisse riconosciuto il merito. Nella scienza, come sulla scena - ma questa non è una nostra scoperta - contano i protagonisti".

C’è poi l’impronta forte dei fenomeni chimici sull’animo umano. La trasformazione della materia ha sempre avuto un fascino straordinario, così potente da alimentare l’Alchimia nel suo lungo percorso di millenni.
Tale è il potere simbolico delle trasformazioni chimiche che la loro conoscenza e pratica diventa simbolo, metafora, della conoscenza delle trasformazioni del mondo interiore, del mondo della psiche.


Gli alchimisti hanno una visione integrata (olistica) del mondo, senza separazione tra natura e uomo, tra materia e spirito. Le sostanze possono essere morte o vive, come lo spirito. I minerali soffrono, muoiono, rinascono nelle operazioni alchemiche. La materia ha una vita complessa e drammatica. Ciò che l’opera alchemica regala all’ascetico alchimista è l’oro della conoscenza, singolarmente integrata tra spirito e materia.

Ecco cosa scriveva Mircea Eliade (2):

Lo scenario drammatico delle ‹‹sofferenze››, della ‹‹morte›› e della ‹‹resurrezione›› della Materia è attestato dall’inizio della letteratura alchimistica greco-egiziana. La trasmutazione, l’opus magnum che porta alla Pietra Filosofale, si ottiene facendo passare la materia attraverso quattro fasi, chiamate, dai colori che assumono gli ingredienti, nigredo (nero), albedo (bianco), citrinitas (giallo), e rubedo (rosso).
L’alchimista tratta la materia come Dio è trattato nei Misteri: le sostanze minerali ‹‹soffrono››, ‹‹muoiono››, ‹‹rinascono›› a un modo diverso di essere, ossia sono trasmutate.
Ci sono sorprendenti analogie con le visioni iniziatiche degli sciamani e, in generale, con lo schema fondamentale di tutte le iniziazioni arcaiche. Sappiamo che ogni iniziazione comporta una serie di prove rituali che simboleggiano la morte e la resurrezione del neofita.
Gli alchimisti hanno proiettato sulla Materia la funzione iniziatica della sofferenza.
Grazie alle operazioni alchimistiche, paragonate alle ‹‹torture››, alla ‹‹morte›› e alla ‹‹resurrezione›› la sostanza viene trasmutata, ottiene cioè un modo di essere trascendentale: diviene Oro. L’oro è il simbolo dell’immortalità. La trasmutazione alchimistica equivaleva dunque alla perfezione della materia; in termini cristiani, alla sua redenzione.
I minerali e i metalli erano considerati come organismi viventi: si parlava della loro gestazione, della loro crescita e della loro nascita; si parlava anche del loro matrimonio. Gli alchimisti hanno adottato e rivalutato tutte queste credenze arcaiche. La combinazione alchemica dello zolfo e del mercurio è quasi sempre espressa in termini di ‹‹matrimonio››. Ma questo sposalizio è anche una unione mistica fra due principi cosmologici. Qui è la novità della prospettiva alchimistica: la Vita della Materia acquista una dimensione ‹‹spirituale››; in altre parole: assumendo la significazione iniziatica del dramma e della sofferenza, la Materia assume così il destino dello Spirito.

Lo psicanalista Carl G. Jung si è occupato a fondo dei legami stretti tra simboli alchemici e processi psichici. Egli scrive (3):

L’opera alchimistica non consiste per la maggior parte in meri esperimenti chimici, ma anche in qualcosa di simile a dei processi psichici espressi in linguaggio pseudochimico. Gli antichi sapevano, entro certi limiti, cos’erano i processi chimici; dovevano quindi anche sapere che ciò di cui si occupavano non era, diciamo, la chimica ordinaria. Se l’alchimista, e lo confessa lui stesso, usa il processo chimico soltanto simbolicamente, perché lavora con crogioli e alambicchi? E se, come asserisce continuamente, descrive processi chimici, perché li deforma per mezzo di una simbolizzazione mitologica, fino a renderli irriconoscibili?
All’alchimista era ignota la vera natura della materia. Egli la conosceva soltanto per allusioni. Tentando di indagarla, egli proiettava sull’oscurità della materia, per illuminarla, l’inconscio. Per spiegare il mistero della materia, proiettava un altro mistero, e precisamente il proprio retroscena psichico sconosciuto, su ciò che doveva essere spiegato.

I simboli alchemici sono affascinanti. La Fenice, l’uccello mitico che risorge dalle proprie ceneri, è il simbolo insieme della rinascita spirituale e del compimento della Trasmutazione Alchemica, è anche il nome della pietra filosofale.
La morte e la rinascita della Fenice, cioè la trasformazione della materia che non muore mai ma si trasforma, è così narrata in un manoscritto sassone di anonimo del VII secolo (4):

"Ho udito che molto lontano da qui, verso oriente,
si trova una terra fra tutte la più nobile, ed essa
è famosa fra gli uomini. Una terra
inaccessibile a molti di coloro che vivono nel mondo,
poiché per questa ragione Dio la pose ai limiti, lontana
dagli esseri malvagi. Stupenda è la pianura,
ricca d’ogni delizia, fragrante
dei più dolci profumi della terra; isola incomparabile;
il suo Creatore è nobile e superbo, possente,
Egli fondò quella terra, dove la porta del regno dei cieli
è sempre aperta alle anime felici,
alle quali si rende manifesta la sua gioiosa armonia.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un uccello di forte ala, splendidamente bello,
abita questi boschi; il suo nome è Fenice.
L’uccello solitario ha qui la sua dimora,
la sua orgogliosa esistenza; né mai la morte l’offende
sulla ridente pianura, mentre il mondo invecchia.
Dicono che l’uccello osserva il corso del sole
e va a incontrare quella lieta gemma,
la fiaccola di Dio, e avidamente la fissa, finché
la più nobile stella, l’opera antica del Padre,
il segno radioso di Dio sorge sul grande mare ondoso
scintillando ad oriente in tutta la sua gloria.
Le stelle si nascondono, sommerse
dall’oceano a occidente, oscurate dall’alba,
e oscuramente la notte si parte con le tenebre; allora
forte nel volo e superbo di piume l’uccello
fissa con desiderio il fiume in mezzo ai monti,
fissa le acque sotto il cielo immobile
finché la luce celeste si avvicina
scivolando da oriente sull’immenso mare.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando immobile è il vento, serena la stagione,
quando la sacra gemma celeste riluce quietamente
e le nuvole rade e tutti i corsi d’acqua
riposano in silenzio, e le tempeste tacciono lontane;
quando dal sud scintilla la fiaccola mite
della stagione e illumina le genti disperse sulla terra,
allora l’uccello incomincia a prepararsi il nido,
a costruirsi la casa fra i rami più alti.
Grande il suo desiderio,
forte l’impulso della conoscenza, mutare la vecchiaia,
vivere ancora, ottenere una nuova e fresca giovinezza.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando il gioiello del cielo, a metà dell’estate,
splende più caldo alto sull’ombra
ed osservando il mondo segue il percorso che Dio gli ha comandato,
sotto il cielo sereno la casa dell’uccello si riscalda,
le erbe crescono tepide, la camera è fragrante
dei più dolci aromi e nel calore splendente,
nella morsa del fuoco uccello e nido sono arsi insieme.
Il rogo è acceso; e allora il fuoco avviluppa la casa della triste creatura;
con furia spietata la fiamma gialla divora, e la Fenice
brucia con i suoi anni; il fuoco morde il suo fragile corpo;
dalla sua vita l’anima condannata si diparte;
la fiamma del rogo arde la carne e le ossa;
ma poi nel tempo dovuto una nuova vita
vi torna quando le ceneri iniziano ancora,
finita la forza della fiamma, a ricomporsi insieme,
come contratte in un pugno.
Quando quel nido splendente,
la dimora dell’essere guerriero è divenuta pura,
polverizzata dal fuoco, e la sua spoglia ormai fredda, il suo scheletro rotto,
ecco la fiamma si estingue.
Nel rogo in mezzo alle ceneri si trova allora una mela,
e dalla mela ecco nascere un verme, e il verme cresce
meravigliosamente bello, come se fosse uscito da un uovo,
purissimo dal guscio. E si forma nell’ombra,
così che all’inizio assomiglia all’implume di un’aquila,
un piccolissimo uccello; e ancora cresce e si arricchisce di piume,
radiosamente adornato com’era all’inizio; la sua carne
è tutta rinnovata, nata ancora, pura d’ogni peccato!"

Ci sono i racconti sull’iniziazione alla Chimica. La fascinazione della conoscenza del mondo della Chimica ’ resa con grande efficacia da Oliver Sacks in "Zio Tungsteno" (5). Ecco come descrive la nascita della sua passione infantile per la Chimica:

Molti dei miei ricordi d’infanzia sono legati ai metalli - come se avessero esercitato su di me un potere immediato. Spiccando sullo sfondo di una realtà eterogenea, si distinguevano per la lucentezza, il bagliore, l’aspetto argenteo, la levigatezza e il peso. A toccarli erano freddi, e quando venivano percossi risuonavano.
Mi piaceva il giallo dell’oro, e quel suo essere così pesante. Mia madre si sfilava dal dito la fede nuziale e me la lasciava tenere in mano per un po’ mentre mi parlava della sua inviolabilità, di come non si annerisse mai. ‹‹Senti com’è pesante›› aggiungeva. ‹‹Più pesante del piombo››. Che cosa fosse il piombo già lo sapevo, perché avevo maneggiato un pezzo di tubatura, fatta di quel metallo tenero e pesante, che l’idraulico aveva dimenticato a casa nostra. Anche l’oro era tenero, mi spiegava mia madre, e perciò solitamente lo si rendeva più duro combinandolo con un altro metallo.
Lo stesso accadeva col rame: lo si univa allo stagno per ottenere il bronzo. Bronzo! - solo il suo nome era per me come uno squillo di tromba, giacché il suono stesso della battaglia era un vivace cozzare di bronzo su bronzo, lance di bronzo su scudi di bronzo, il grande scudo di Achille. Altrimenti, il rame si poteva legare allo zinco, raccontava mia madre, e in tal caso si otteneva l’ottone.

Conoscevo anche lo zinco: la vaschetta per far fare il bagno agli uccelli, in giardino, opaca e leggermente azzurrina, era fatta di zinco; e lo stagno, per via della pesante stagnola in cui avvolgevamo i sandwich destinati ai picnic. Mia madre mi mostrò che quando lo stagno o lo zinco venivano piegati emettevano un ‹‹grido›› particolare. ‹‹Dipende dalla deformazione della struttura cristallina›› mi spiegava, dimenticando che avevo solo cinque anni e non potevo capire le sue parole - ciò nondimeno, esse mi affascinavano e suscitavano in me il desiderio di saperne di più.

A volte chiedevo a mia madre di tirar fuori l’anello di fidanzamento e di mostrarmi il diamante che vi era incastonato. Brillava come nessun’altra cosa avessi mai visto, quasi come se emettesse più luce di quanta ne assorbiva. Mia madre mi mostrava con che facilità graffiasse il vetro, e poi mi diceva di posarmelo sulle labbra. Era freddo: stranamente e sorprendentemente freddo; anche i metalli erano freddi al tatto, ma il diamante era proprio gelato. Era così, mi spiegò lei, perché conduceva splendidamente il calore, meglio di qualsiasi metallo, e quindi lo sottraeva alle labbra non appena esse lo sfioravano. Questa fu una sensazione che non dimenticai più. Un’altra volta, mia madre mi mostrò che se si toccava un cubetto di ghiaccio con un diamante, quest’ultimo avrebbe sottratto calore alla mano trasferendolo al ghiaccio, che si sarebbe lasciato tagliare come burro. Aggiunse che il diamante era una forma speciale di carbonio, proprio come il carbone che usavamo per riscaldare le stanze in inverno. Questa rivelazione mi sconcertò: com’era possibile che il carbone - nero, friabile e opaco - e la pietra preziosa dura e trasparente incastonata nel suo anello fossero la stessa sostanza?

Qui parla del fascino che sentiva per la Tavola Periodica degli Elementi:

La tavola periodica era incredibilmente bella, la cosa più bella che io avessi mai visto. Non potrei mai analizzare adeguatamente che cosa intendessi allora per bellezza: semplicità? coerenza? ritmo? inevitabilità? O era forse la simmetria, la completezza di ogni elemento, ben ancorato al suo posto, senza lacune, senza eccezioni, in un sistema in cui ciascun componente implicava tutti gli altri?

Fui turbato quando un chimico di enorme erudizione, J.W. Mellor, nel cui vasto trattato di chimica inorganica avevo appena cominciato a immergermi, parlò della tavola periodica definendola ‹‹superficiale›› e ‹‹illusoria›› - non più vera, non più fondamentale di qualsiasi altra classificazione ad hoc. Questo mi gettò in un breve accesso di panico, e rese per me imperativa la necessità di capire se l’idea della periodicità fosse sostenuta in qualsiasi altro modo, al di là delle proprietà chimiche e della valenza. L’esplorazione di questo argomento mi distolse dal laboratorio, facendomi approdare a un nuovo libro che divenne immediatamente la mia bibbia, l’Handbook of Physics and Chemistry: un volume spesso, addirittura cubico, di quasi tremila pagine, contenente tavole relative a qualsiasi proprietà chimica e fisica immaginabile, molte delle quali, ossessivamente, mandai a memoria.
Imparai le densità, i punti di fusione, i punti di ebollizione, gli indici di rifrazione, le solubilità e le forme cristalline di tutti gli elementi e di centinaia dei loro composti. Divenni bravissimo a rappresentare graficamente tutti quei parametri, a costruire diagrammi che mostrassero qualsiasi proprietà fisica mi venisse in mente, in funzione del peso atomico. Quanto più procedevo nell’esplorazione, tanto più mi entusiasmavo e mi animavo, giacché quasi tutto ciò che osservavo dava prova di periodicità: non solo la densità, il punto di fusione, il punto di ebollizione, ma anche la conducibilità elettrica e termica, la forma cristallina, la durezza, le variazioni di volume conseguenti alla fusione, l’espansione provocata dal calore, i potenziali di elettrodo, eccetera. Non era solo la valenza, quindi: si trattava anche delle proprietà fisiche. La potenza e l'universalità della tavola periodica uscivano amplificate, ai miei occhi, da queste conferme.
Le tendenze che emergevano dalla tavola periodica ammettevano anche eccezioni e anomalie, alcune delle quali profonde. Perché, per esempio, il manganese era un pessimo conduttore di elettricità, quando invece gli elementi alla sua sinistra e alla sua destra nella tavola periodica erano discreti conduttori? Perché il forte magnetismo era confinato ai metalli del gruppo del ferro? Ciò nondimeno, ero in qualche modo convinto che queste eccezioni riflettessero ulteriori meccanismi particolari, e non invalidassero assolutamente il sistema generale.

L’interazione più completa tra scienza e letteratura si ha in quei casi nei quali si percepisce come la frequentazione della scienza permetta di integrare i piani discorsivi attraverso cui riconoscere, sondare e esprimere la realtà. E questo è senza dubbio quanto si percepisce nell’opera di Primo Levi, e in particolare nel suo libro più "chimico", Il Sistema Periodico (6).

C’è in questo libro un’orgogliosa rivendicazione del significato profondo della professione e dell’attività del chimico:

Alle due del pomeriggio, il professor D., dall’aria ascetica e distratta, consegnava ad ognuno di noi un grammo esatto di una certa polverina: entro il giorno successivo bisognava completare l’analisi qualitativa, e cioè riferire quali metalli e non-metalli c’erano contenuti. Riferire per iscritto, sotto forma di verbale, di sì e di no, perché non erano ammessi i dubbi né le esitazioni: era ogni volta una scelta, un deliberare, un’impresa matura e responsabile, a cui il fascismo non ci aveva preparati, e che emanava un buon odore asciutto e pulito.

E ancora:

Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono ‹‹le due esperienze della vita adulta›› di cui parlava Pavese, il successo e l’insuccesso, uccidere la balena bianca o sfasciare la nave; non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Siamo qui per questo, per sbagliare e correggerci, per incassare colpi e renderli. Non ci si deve mai sentire disarmati: la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile all’intelligenza; devi girarle intorno, pungere, sondare, cercare il varco o fartelo.

Il libro è costituito da una serie di capitoli, in ciascuno si racconta un episodio della sua vita legato alla sua attività di chimico, prendendo spunto dal nome di un elemento. Il brano che segue è tratto dal capitolo "Potassio":

Distillare è bello. Prima di tutto, perché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta. Poi, perché comporta una metamorfosi: da liquido a vapore (invisibile), e da questo nuovamente a liquido; ma in questo doppio cammino, all’in su ed all’in giù, si raggiunge la purezza, condizione ambigua ed affascinante, che parte dalla chimica ed arriva molto lontano. E finalmente, quando ti accingi a distillare, acquisti la consapevolezza di ripetere un rito ormai consacrato dai secoli, quasi un atto religioso, in cui da una materia imperfetta ottieni l’essenza, l’‹‹usìa››, lo spirito, ed in primo luogo l’alcool, che rallegra l’animo e riscalda il cuore. Impiegai due buoni giorni per ottenere una frazione di purezza soddisfacente: per questa operazione, dato che dovevo lavorare con fiamma libera, mi ero volontariamente relegato in una cameretta al 1° piano, deserta e vuota, e lontana da ogni presenza umana.
Ora si trattava di distillare una seconda volta in presenza di sodio. Il sodio è un metallo degenere: è anzi un metallo solo nel significato chimico della parola, non certo in quello del linguaggio quotidiano. Non è né rigido né elastico, è anzi molle come la cera; non è lucente, o meglio, lo è solo se conservato con attenzioni maniache, poiché altrimenti reagisce in pochi istanti con l’aria ricoprendosi di una brutta cotenna ruvida: con anche maggiore rapidità reagisce con l’acqua, sulla quale galleggia (un metallo che galleggia!) danzando freneticamente e svolgendo idrogeno. Frugai invano il ventre dell’Istituto: trovai dozzine di ampolle etichettate, come Astolfo sulla Luna, centinaia di composti astrusi, altri vaghi sedimenti anonimi apparentemente non toccati da generazioni, ma sodio niente. Trovai invece una boccetta di potassio: il potassio è gemello del sodio, perciò me ne impadronii e ritornai al mio eremitaggio.
Misi nel palloncino del benzene un grumo di potassio ‹‹della grossezza di mezzo pisello›› (così il manuale) e distillai diligentemente il tutto: verso la fine della operazione spensi doverosamente la fiamma, smontai l’apparecchio, lasciai che il poco liquido rimasto nel pallone si raffreddasse un poco, e poi, con un lungo ferro acuminato, infilzai il ‹‹mezzo pisello›› di potassio e lo estrassi.
Il potassio, come ho detto, è gemello del sodio, ma reagisce con l’aria e con l’acqua con anche maggiore energia: è noto a tutti (ed era noto anche a me) che a contatto con l’acqua non solo svolge idrogeno, ma anche si infiamma. Perciò trattai il mio mezzo pisello come una santa reliquia; lo posai su di un pezzo di carta da filtro asciutta, ne feci un involtino, discesi nel cortile dell’Istituto, scavai una minuscola tomba e vi seppellii il piccolo cadavere indemoniato. Ricalcai bene la terra sopra e risalii al mio lavoro.
Presi il pallone ormai vuoto, lo posi sotto il rubinetto ed aprii l’acqua. Si udì un rapido tonfo, dal collo del pallone uscì una vampa diretta verso la finestra che era vicina al lavandino, e le tende di questa presero fuoco. Mentre armeggiavo alla ricerca di qualche mezzo anche primitivo di estinzione, incominciarono ad abbrustolire i pannelli degli scuri, ed il locale era ormai pieno di fumo. Riuscii ad accostare una sedia ed a strappare le tende: le buttai a terra e le calpestai rabbiosamente, mentre già il fumo mi aveva mezzo accecato e il sangue mi batteva con violenza nelle tempie. Appena ebbi ripreso un po’ di fiato, scesi al piano di sotto e raccontai l’episodio all’Assistente. Se è vero che non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, è altrettanto vero che rievocare un’angoscia ad animo tranquillo, seduti quieti alla scrivania, è fonte di soddisfazione profonda.
L’Assistente ascoltò la mia relazione con attenzione educata ma con un’aria curiosa: chi mi aveva costretto a imbarcarmi in quella navigazione, e a distillare il benzene con tutte quelle cure? In fondo mi stava bene: sono queste le cose che accadono ai profani, a coloro che si attardano a giocare davanti alle porte del tempio invece di penetrarvi. Ma non disse nulla; assunse per l’occasione (malvolentieri come sempre) la distanza gerarchica, e mi fece notare che un pallone vuoto non s’incendia: vuoto non doveva essere stato. Doveva aver contenuto, se non altro, il vapore del benzene, oltre naturalmente all’aria penetrata dal collo. Ma non s’è mai visto che il vapore di benzene, a freddo, prenda fuoco da sé: solo il potassio poteva aver acceso la miscela, ed il potassio io l’avevo tolto. Tutto?
Tutto, risposi io: ma mi venne un dubbio, risalii sul luogo dell’incidente, e trovai ancora a terra i cocci del pallone; su uno di essi, guardando bene, si scorgeva, appena visibile, una macchiolina bianca. La saggiai con la fenolftaleina: era basica, era idrossido di potassio. Il colpevole era trovato: aderente al vetro del pallone doveva essere rimasto un frammento minuscolo di potassio, quanto era bastato per reagire con l'acqua che io avevo introdotta ed incendiare i vapori di benzene.
L’Assistente mi guardava con occhio divertito e vagamente ironico: meglio non fare che fare, meglio meditare che agire, meglio la sua astrofisica, soglia dell’Inconoscibile, che la mia chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili. Io pensavo ad un’altra morale, più terrena e concreta, e credo che ogni chimico militante la potrà confermare: che occorre diffidare del quasi-uguale (il sodio è quasi uguale al potassio: ma col sodio non sarebbe successo nulla), del praticamente identico, del pressapoco, dell’oppure, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. Le differenze possono essere piccole, ma portare a conseguenze radicalmente diverse, come gli aghi degli scambi; il mestiere del chimico consiste in buona parte nel guardarsi da queste differenze, nel conoscerle da vicino, nel prevederne gli effetti. Non solo il mestiere del chimico.

E ora, da "Nickel":

Del mio lavoro mi innamorai fin dal primo giorno, benché non si trattasse d’altro, in quella fase, che di analisi quantitative su campioni di roccia: attacco con acido fluoridico, giù il ferro con l’ammoniaca, giù il nichel (quanto poco! un pizzico di sedimento rosa) con dimetilgliossima, giù il magnesio con il fosfato, sempre uguale, tutti i santi giorni: in sé, non era molto stimolante. Ma stimolante e nuova era un’altra sensazione: il campione da analizzare non era più un’anonima polverina manufatta, un quiz materializzato; era un pezzo di roccia, viscera della terra, strappata alla terra per forza di mine: e sui dati delle analisi giornaliere nasceva a poco a poco una mappa, il ritratto delle vene sotterranee.
Per la prima volta dopo diciassette anni di carriera scolastica, di aoristi e di guerre del Peloponneso, le cose imparate incominciavano dunque a servirmi. L’analisi quantitativa, così avara di emozioni, greve come il granito, diventava viva, vera, utile, inserita in un’opera seria e concreta. Serviva: era inquadrata in un piano, una tessera di un mosaico. Il metodo analitico che seguivo non era più un dogma libresco, veniva ricollaudato ogni giorno, poteva essere affinato, reso conforme ai nostri scopi, con un gioco sottile di ragione, di prove e di errori. Sbagliare non era più un infortunio vagamente comico, che ti guasta un esame o ti abbassa il voto: sbagliare era come quando si va su una roccia, un misurarsi, un accorgersi, uno scalino in su, che ti rende più valente ed adatto.

E la poesia? Chimica e poesia sono coniugabili? Così risponde Alberto Cavaliere, poeta e giornalista, e anche chimico che, con una strepitosa vena di rimatore spiritoso e vivace, pubblicò nel 1928 un intero trattato di Chimica in versi, che si trova anche in rete (7). Eccone la "Prefazione":

Da giovane studente, alunno d’istituto,
non andai mai d’accordo col piombo o col bismuto;
anche il vitale ossigeno mi soffocava; il sodio,
per un destino amaro, sempre rimò con odio;
m’asfissiò forte a scuola, prima che, in guerra, il cloro;
forse perfino, in chimica, m’infastidiva l'oro.
E di tutta la serie sì numerosa e varia
di corpi e d’elementi, sol mi garbava l’aria,
quella dei campi, libera, nel bel mese di luglio:
finché non m’insegnarono che anch’essa era un miscuglio!
Un vecchio professore barbuto, sul cui viso
crostaceo non passava mai l’ombra d’un sorriso,
un redivivo Faust, voleva ad ogni costo
saper da me la formula d’un celebre composto.
Non sapevo altre formule che questa: H2O;
e questa dissi: il bruto, senz’altro, mi bocciò.
Poi ch’era ancor più arida nella calura estiva,
io m’ingegnai di rendere la chimica più viva;

onde, tradotta in versi, l’imparai tutta a mente,
e in versi, nell’ottobre, risposi a quel sapiente.
Accadde un gran miracolo: quell’anima maniaca,
che non vedeva nulla più in là dell'ammoniaca,
dell’acido solforico, del piombo e del cianuro,
rise, una volta tanto, e m’approvò: lo giuro!
Mi lusingò quel fatto: volevo far l’artista,
e invece, senz’accorgermi, divenni un alchimista…
Oggi distillo e taccio in un laboratorio,
dove la vita ha tutto l’aspetto d’un mortorio.
E vedo, in fondo, dato che non conosco l’oro,
dato che ancor mi soffoca, sempre accanito, il cloro,
che non avevo torto, e il mio pensier non varia:
la miglior cosa, amici, è l’aria, l’aria, l’aria!…

E per finire, ecco i principi della Chimica Organica:

I composti del carbonio
sono in numero gigante
e compongon gli organismi
delle bestie e delle piante.

Una volta eran creduti
dei composti assai speciali,
non potendo riprodursi
con sistemi artificiali:

si pensava ad una forza
che negli esseri viventi
desse luogo a quei prodotti
così strani e differenti;

finché Wöhler, ottenendo
mercé sintesi l’urea
e con metodi inorganici,
non fugò la falsa idea.

E se organica e inorganica
restan campi separati,
è perché forma il carbonio
dei prodotti sconfinati,

in virtù dei suoi stessi atomi,
che si posson molto bene
collegare fra di loro
per formar lunghe catene;

vi concorre pure il fatto
che il carbonio, alla fin fine,
oltre che per altri corpi,
per se stesso è molto affine.

Fra i caratteri ai composti
del carbonio peculiari,
è che in essi assai prevalgono
i legami non polari,

e perciò gli atomi assumono
posizioni assai svariate,
dando origine a molecole
da stessi atomi formate,

mentre i corpi risultanti
differiscon tuttavia
ed è questa, in fondo in fondo,
la famosa isomeria.

Quindi accade qualche volta
di trovar cento composti
che la formula hanno uguale
e i caratteri hanno opposti;

onde spesso ci si trova
nella grave congiuntura
che la greggia non ci basti:
ci vuol quella di struttura.

E a cercarla gioveranno
due principi generali
che s’avverano pur sempre,
salvo casi eccezionali.

L’uno dice che un composto
per esistere - badate -
vuol che gli atomi abbian tutte
le valenze saturate;

l’altro afferma che il carbonio
può talor diversamente
comportarsi, ma di norma
si può dir tetravalente.

E s’è inoltre constatato,
senza tema ormai d’errore,
che le sue quattro valenze
han l’identico valore.

Bibliografia

1. "Ossigeno" Carl Djerassi e Roald Hoffmann, CLUEB
2. "Il mito dell’alchimia", Mircea Eliade, Avanzini e Torraca Editori
3. "Opere - 12. Psicologia e Alchimia", Carl G. Jung, Bollati Boringhieri
4. "La biblioteca alchemica", Rosario e Sabina Piccolini, MEB
5. "Zio Tungsteno", Oliver Sacks, Adelphi
6. "Il sistema periodico" Primo Levi, Einaudi
7. "Chimica in versi. Rime distillate" , Alberto Cavaliere, Angelo Signorelli Editore

 
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